di Giusy Russo

 

Alcuni giorni fa al primo ministro canadese Justin Trudeau è stata conferita una laurea honoris causa all’Università di Edimburgo[1]. In un passaggio del suo discorso, il premier ha ricordato che spesso ci viene detto di fare grandi cose. Egli stesso, forte della facoltà decisionale di un politico del suo livello, si sta muovendo in questa direzione. Per rendersene conto possiamo pensare a due temi perennemente all’ordine del giorno: immigrazione e commercio. Per quanto riguarda il primo, con il meccanismo del Global Compact for Migration, mediante il quale anche uno Stato che è lontano dagli scenari di crisi può farsi carico degli immigrati, il Canada ha accolto molti siriani. Per quanto concerne invece il commercio internazionale, il pensiero non può che andare al Ceta.

A margine del G20 di Amburgo, il primo ministro canadese infatti twittava che a partire dal prossimo 21 settembre verrà applicato il 98% dell’accordo commerciale, ricordandone i vantaggi previsti ovvero più posti di lavoro e più opportunità per persone e imprese[2]. A confermarlo il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker che  lo stesso giorno e sulla medesima piattaforma scriveva che il 21 settembre vedrà appunto l’applicazione provvisoria dell’accordo tra Canada ed Europa[3].

Ma che cos’è il CETA? L’acronimo di Comprehensive and Economic Trade Agreement è un accordo che come ricorda tra gli altri il senatore Pietro Ichino, rimuove il 92 per cento dei dazi doganali sulle merci, permette a cittadini e imprese di partecipare alle gare d’appalto per forniture di beni e servizi più facilmente e consente il reciproco riconoscimento di alcune categorie professionali. Non solo, il CETA allinea il Canada agli standard europei in materia di tutela di diritto d’autore e della proprietà intellettuale e vieta l’importazione in Europa di prodotti geneticamente modificati. A questo proposito, in un articolo di Lorenzo Borga, Gabriele Guzzi e Mariasole Lisciandro pubblicato lo scorso 7 luglio su lavoce.info viene riportato il virgolettato dello strumento interpretativo comune e vi si legge: “il Ceta non indebolirà le norme e le regolamentazioni rispettive concernenti la sicurezza degli alimenti, la sicurezza dei prodotti, la protezione dei consumatori, la salute, l’ambiente o la protezione del lavoro. Le merci importate, i prestatori di servizi e gli investitori devono continuare a rispettare i requisiti nazionali, compresi norme e regolamentazioni” (punto 1.d).[4] Quella legata alla tutela della salute dell’uomo non è tuttavia l’unica perplessità sollevata da chi è contrario all’accordo. Ad esempio alcuni sottolineano che con la sua entrata in vigore, le indicazioni geografiche di provenienza tutelate saranno solo 173 di cui soltanto 41 italiane sulle 288 esistenti. Lo stesso Ichino però ricorda che senza l’accordo, peraltro migliorabile in futuro, nessuna indicazione di origine di prodotti italiani o europei sarebbe tutelata in Canada.[5] L’articolo della voce.info richiamato è utile anche a ricordare l’iter di approvazione dell’accordo commerciale in questione. La Commissione Europea è stata competente per la fase negoziale, l’approvazione è stata effettuata dal Parlamento Europeo lo scorso 15 febbraio ma l’ultimo passaggio, ovvero l’applicazione, prevede la ratifica del Canada e di tutti gli Stati dell’UE. Il CETA infatti tocca trasversalmente sia competenze esclusive comunitarie che competenze concorrenti nazionali e comunitarie. Affinché le prime vengano disciplinate alla luce del nuovo accordo, basterà naturalmente l’approvazione canadese e quindi partirà l’applicazione provvisoria, per le altre si dovrà attendere.[6]

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