di Giovanna Leoni.

 

Quando penso all’Europa mi viene spesso alla mente un libro che ho letto molti anni fa al liceo, ma che considero sempre attuale tanto da averlo inserito anche nelle bibliografia della mia tesi di laurea, e si intitola: “La conquista dell’America. Il problema dell’Altro” di Tzevtan Todorov.

Il tema di cui parla riguarda la difficoltà di rapportarsi con il diverso, presente da sempre nella cultura occidentale. Quando gli Europei vennero a contatto con gli indigeni che abitavano il continente americano, misero in atto due diversi atteggiamenti basati sulla percezione che avevano di loro. Quando li considerarono totalmente estranei, come animali o forme di vita inferiori, li schiavizzarono, sfruttarono, uccidessero. Se invece li videro come uomini, cercarono in tutti i modi di assimilarli alla cultura europea. Il risultato, paradossalmente, fu il medesimo in entrambi i casi: annullare la loro identità, distruggerla.

Il punto centrale quindi è dare voce all’Altro da sé, ri-conoscerlo contemporaneamente come esistente e come diverso: è un processo mentale non automatico, che bisogna esercitarsi a coltivare e a diffondere.

Credo che l’Europa di questo momento storico di migrazioni più intense e che sono destinate ad aumentare sempre più, viva, mutatis mutandis, le contraddizioni e le difficoltà descritte da Todorov ai tempi della conquista dell’America. Anche i termini che vengono utilizzati, come “invasione”, rimandano a una percezione del fenomeno migratorio di un certo tipo.  Qualcosa di intrinsecamente pericoloso, minaccioso, da affrontare se serve con le armi. Sul versante opposto invece, chi predica l’accoglienza spesso si appiattisce su posizioni di assimilazione, dove la cultura Altra che arriva in Europa deve essere cannibalizzata, mangiata, addomesticata, insomma, depotenziata della sua eversività.

È sicuramente un argomento molto complesso che non pretendo di trattare qui con scientificità, ma mi limito ad alcune considerazioni dettate, diciamo così, dal buon senso. Cosa ci fa davvero paura delle persone che arrivano in Europa da zone di guerra, di fame, di disagio? Perché non le vediamo come risorse invece che come danni?

La risposta che mi sono data ruota attorno alla solitudine in cui viviamo noi europei. Una condizione data dall’uso a volte – spesso – smodato delle tecnologie, dalla diffidenza reciproca, dall’assenza di frequentazione di luoghi di relazione. Siamo virtualmente connessi con il mondo ma realmente isolati da chi ci vive attorno. Abbiamo accumulato tante cose che ora temiamo di perdere. E più siamo soli, più abbiamo paura, più diventiamo cattivi e avidi. Incapaci di condividere “esperienze” tranne che sui social o nelle chat, non siamo allenati a ri-conoscere l’Altro, e quindi noi stessi. Il mutuo e fecondo scambio, la relazione emotiva, la tensione affettiva che si creano solo con il contatto fisico, con la parola viva che vola da me all’Altro che la trasforma e me la rimanda e così via, creando una trama di pensieri e linguaggi comuni, stanno scomparendo. 

 

È come se non riuscissimo più a metterci in gioco perché abbiamo troppo da perdere; e il troppo è costituito solo da cose materiali. Dove sono la spiritualità, lo slancio verso il cielo inteso come luogo dell’infinito, l’amore per la vita in ogni sua forma, in sintesi, l’empatia?

Nel senso etimologico del termine, “patire dentro”, cioè essere in grado di immedesimarci con le vite degli Altri senza appiattirle sopra la nostra, dare il giusto spazio a istanze diverse ma uguali per dignità. Provare a sentire in noi cosa può aver provato chi scappa dal luogo dove è nato perché lì non ci sono più le condizioni per vivere o sopravvivere, affronta un viaggio incognito e pericoloso, si ritrova in mezzo a persone che non parlano la sua lingua, viene sballottato, registrato, catalogato, stipato in centri di accoglienza oppure lasciato in strada senza un punto di riferimento a cercare di trovare qualcosa da mangiare e un posto dove dormire.

Questa persona non è pericolosa: ha bisogno di aiuto. E se non lo troverà, può anche darsi che sì, diventi pericolosa. Ignorare non conduce a nulla di buono.  Non siamo migliori, siamo solo nati nel posto giusto del mondo. Ci professiamo cristiani e gridiamo che dobbiamo difenderci dall’islamizzazione, ma siamo i primi a non mettere in pratica il principio evangelico fondamentale: ama il prossimo tuo come te stesso. Perché solo nell’amore accade il vero riconoscimento di sé e dell’Altro da sé.

@giovannaleoni

 


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