di Davide Astolfi

 

Mi è capitato tra le mani, pescato da un editoriale di Marco Damilano sulle elezioni romane, un libro postumo di Peter Mair dal titolo splendidamente azzeccato e disperato: “Ruling the void: the hollowing of western democracy”.

L’incipit del libro è questo: “L’epoca della democrazia dei partiti è passata. Sebbene i partiti stessi esistano ancora, sono diventati così disconnessi dalla più ampia società, e perseguono una forma di competizione così svuotata di senso, che non sembrano più in grado di sostenere la democrazia nella sua forma presente.”

Peter Mair è morto prematuramente cinque anni fa, senza poter terminare il libro, che è uscito nella forma di appunti rimaneggiati dall’editore. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, a velocità irragionevole, e tanti altri pensatori (da Bauman a Salmon) hanno analizzato lo stesso fenomeno da diversi punti di vista.

Al punto di vista di Peter Mair mi sono però affezionato particolarmente, perché l’immagine del vuoto mi ha indotto un’intuizione: viviamo “la politica nell’era del buco nero”.

Un buco nero è un oggetto caratterizzato da un campo gravitazionale così intenso che niente (o quasi) riesce a sfuggire, che risucchia il tempo così fortemente che da fuori osserviamo l’esistenza di un interminabile presente. Se penso alla corsa scalmanata dei politici contemporanei per non essere risucchiati dalla forza oscura che consuma culture e persone, se penso al senso della Storia violentato e proiettato solo sull’immediato, concludo che forse davvero la politica di oggi è un grande buco nero.

Un buco nero che, per tornare a Peter Mair, ha divorato i partiti, che ancora oggi esistono ma sono ridotti al proprio spettro. Il grande merito del libro di Mair è, secondo me, aiutarci a ricostruire una prospettiva storica e geografica, che spesso perdiamo, annegati nello stesso buco nero che risucchia i nostri politici, tanto che li identifichiamo come responsabili di processi che in realtà sono ben più vasti di loro.

E quindi ben vengano un po’ d’ordine e un po’ di fatti: negli ultimi venticinque anni, il senso d’appartenenza ai partiti politici è calato in tutto l’occidente democratico, il numero d’iscritti ai partiti si è ridotto di almeno un terzo (per non parlare dei tracolli degli ultimi anni), gli indecisi e coloro che scelgono per chi votare a ridosso delle elezioni sono sempre di più, il trend dell'affluenza alle urne è sotto gli occhi di tutti.

Parallelamente, sono andati in onda altri grandissimi mutamenti: in tutto l’occidente democratico, si è concluso il cinquantennio di democrazia bloccata, con i comunisti esclusi dal potere. Come misura del cambiamento dei tempi, Peter Mair cita da un lato le preoccupazioni degli Stati Uniti per il compromesso storico in Italia e, dall’altro lato, non più di vent’anni dopo, l’ex comunista D’Alema acclamato tra i big della sinistra di governo mondiale, con Clinton, Blair e i teorici della terza via.  La conventio ad excludendum implicava l’esistenza di almeno un partito il cui unico scopo fosse rappresentare, perché non competeva per il governo. Il superamento di questa fase ha condotto all’inglobamento nel sistema degli eredi dei partiti anti-sistema di un tempo, e ciò ha spostato l’asse della politica.

Peter Mair giustamente dice che i partiti dovrebbero abitare da qualche parte, in una posizione ottimale che sta tra lo Stato e la società. E che oggi, essendo totalmente proiettati sulla dimensione di aspiranti al governo, sono schiacciati sullo Stato. Di questo dato di fatto, così come di molti altri, non si può dire con nettezza se sia causa o conseguenza della debolezza dei partiti. La posizione più ragionevole è che sia causa e conseguenza insieme. Sicuramente, conseguenze traumatiche di ciò si osservano spesso: le crisi dei partiti, sempre più frequenti perché i partiti sono sempre più deboli, diventano crisi istituzionali. Ne sappiamo qualcosa in questi ultimissimi anni di politica italiana.

Da questa crisi permanente della rappresentanza, nasce la corsa a riformarla. Peter Mair dice che non esiste democrazia occidentale che negli ultimi anni non abbia lungamente dibattuto su come riorganizzarsi. Il principio guida è sempre lo stesso: avvicinare il governo al cittadino (per esempio con forme più o meno esplicite di presidenzialismo), disintermediare, rendere i processi decisionali più veloci ed efficienti. Vi viene in mente qualcosa? L’autore ritiene però che questo sia un ulteriore tuffo nel baratro, da un lato perché un modello ancor più centrato sulla competizione per il governo schiaccia ancor di più i partiti sullo Stato, e conclude la loro mutazione in poco più che cartelli mediante i quali selezionare gli aspiranti a governare. Dall’altro lato, i partiti diventano sempre più competitivi nell’unica dimensione della lotta per il governo, esattamente mentre il potere dei governi d’incidere sulla realtà diminuisce, a causa della sempre maggiore delega a istituzioni regolamentatrici non elettive.

A proposito di ciò, il libro si chiude con un bellissimo dibattito sull’esempio principe di questo processo dello svuotamento della democrazia rappresentativa: l’Unione Europea. Peter Mair scrive che, per la sua stessa architettura, l’Unione Europea non è anti-democratica, ma è non-democratica, perché i meccanismi di accountability tra popolo ed eletti sono evidentemente molto molto più deboli che nel caso dei governi nazionali. L’autore si lascia andare anche a una piccola digressione, chiedendosi perché i padri costituenti dell’Unione Europea abbiano pensato un’architettura così esplicitamente non-democratica in senso classico. La sua risposta, ironica ma fino a un certo punto, è che probabilmente, per raggiungere gli scopi che l’Unione Europea si prefigge, la democrazia (come siamo abituati a pensarla) non è adatta.

Sul tema dell’Europa, un’altra osservazione fulminante è che la democrazia comunitaria è regolatrice molto più che rappresentativa, e regola ciò che si può o non si può fare rispetto a un principio molto trasparente: il libero mercato. Tradotto in soldoni, il principio su cui si basa la costruzione europea non è la rappresentanza o la volontà popolare, ma una norma “esterna”, tecnica: il libero mercato.

Ciò si riflette anche nel tipo d’istituzioni che perseguono le politiche: sempre meno potere decisionale è conferito a quelle elettive, sempre più a quelle non elettive. E infatti, il numero uno della Bundesbank propone addirittura di regolare totalmente la disciplina di bilancio degli stati con delle norme automatiche depoliticizzate (e in effetti non pochi passi in questa direzione già sono stati compiuti). A tal proposito, il libro di Peter Mair si conclude con l’identificazione del grande anello mancante della politica europea: con timidezza, l’autore pare indicarci quindi chi sia l’assassino dei partiti. È l’assenza della dinamica maggioranza-opposizione a livello comunitario, che in senso più generale potremmo definire abdicazione dell’anello negativo della dialettica.

Condivido pienamente che azzoppare la dialettica voglia dire costruire un pensiero unico e quindi uccidere la democrazia così come la conosciamo. Ma, personalmente, penso che ci sia molto di più, purtroppo, e di più grave, che questi ultimi anni di crisi ci stanno dimostrando.

La retorica populista addita le istituzioni non elettive, pubbliche o private (tipo le banche centrali), come portatrici d’interessi elitari che non sono quelli delle masse popolari. Ma la democrazia è secondo me così in crisi che saremo ben presto costretti a difendere come ultimo baluardo ciò che abbiamo finora additato come responsabile della crisi stessa: per esempio le banche centrali. E, se riflettiamo un momento, ci accorgiamo di aver già visto un’anteprima di questo film: la grande partita di Mario Draghi (whatever it takes to save Euro) non si gioca certo con o contro i politici. Questi ultimi stanno alla finestra, a caccia di boccate d’ossigeno di bilancio e di storie di successi da raccontare alle proprie opinioni pubbliche. Gli interlocutori con cui Mario Draghi è in partita sono i grandi capitali: ricordiamoci una recente conferenza stampa, in cui il numero uno della BCE ha detto che ci sono forze oscure che giocano per far fallire l’Euro, ma non prevarranno.

Allora, se siamo arrivati ad avere i partiti in fiamme, le democrazie nazionali in fiamme, l’Unione Europea in fiamme, le istituzioni non elettive trans-nazionali in fiamme (ultimo baluardo) a giocare una partita complicatissima, il cuore del problema è un altro: il rapporto tra capitali e Stati, tra privato e pubblico.

Sono decisamente sfiduciato sul fatto che la politica possa incidere sullo strapotere dei capitali: regole più stringenti e umaniste sarebbero dovute semmai essere formulate contestualmente al processo di globalizzazione dei mercati. A mercati ormai globalizzati, mi vien da pensare che l’entropia ci indichi chiaramente l’irreversibilità dei processi, e quindi la situazione di minorità che la politica si è costruita e da cui difficilmente potrà uscire.

Al pessimismo della ragione, però, non posso che opporre l’ottimismo della volontà, anche perché un dato mi conforta: la consapevolezza si sta diffondendo che questo è il nodo da sciogliere nel nostro tempo. Fino a pochi anni fa, ne parlavano solo pochi eretici, adesso forse il vento comincia a bussare anche alle porte che contano. Lo spero, davvero.

@DavAstolfiGreen

 


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