di Anna Ascani e Davide Astolfi

 

Abbiamo letto quest’estate un libretto straordinario, di quelli che ti lasciano la sensazione di averti rubato i pensieri, ma scrivendoli infinitamente meglio di come avresti fatto tu. In questo caso, la sensazione è ancor più forte, perché tra le pagine di Psicopolitica del filosofo coreano Byung Chul Han abbiamo trovato la sistematizzazione di tanti pensieri che abbiamo condiviso fugacemente su Whatsapp - tra una riunione, una votazione in aula e un articolo scientifico -  commentando questo o quell’avvenimento del nostro tempo globale. 

 

“La libertà sarà stata un episodio”. Si dice che viviamo nell’epoca della fine del potere, ovvero della sua diluizione. Parallelamente, ci dice con una certa brutalità l’autore sin dall’incipit, viviamo la fine della libertà, o meglio la fine del sentimento della libertà. Il sentimento della libertà è la liberazione, e presuppone un nemico di classe, dei rapporti di forza da rovesciare. La liberazione è, però, un sentimento del millennio scorso.

 La nostra libertà assoluta e rigorosamente individuale, invece, induce a introiettare il conflitto servo-padrone. La lotta di classe non esiste più, esiste la lotta contro se stessi, nella forma di senso di colpa o d’inadeguatezza. Nel regime neoliberale dell’autosfruttamento, l’aggressività si rivolge verso se stessi: non è un’epoca di rivoluzionari, ma di depressi e schizoidi. Il sentimento della libertà novecentesco consisteva nella liberazione dei corpi (biopolitica), quello attuale deve quindi necessariamente rivolgersi alla liberazione delle menti e degli istinti (psicopolitica). 

“Nel regime neoliberale, infatti, non esiste alcun proletariato, alcuna classe operaia sfruttata da chi detiene i mezzi di produzione. Nella produzione immateriale ognuno possiede allo stesso modo i mezzi di produzione: il sistema neoliberale non è più un sistema di classi in senso stretto. Non si basa su classi tra loro antagoniste: proprio in questo risiede la stabilità del sistema.”

 Non esiste alcuna prospettiva di ordine da rovesciare e dittatura del proletariato da instaurare: la dittatura del capitale è attualmente non rovesciabile, perché la libertà individuale assoluta si trasforma in trascendenza del capitale. La colpa sta a Dio e all’impossibilità di liberazione come il debito sta al capitale e all’odierna impossibilità di liberazione. Fine del potere, ancora. Insovranità: e infatti i politici di tutto il mondo sono oggi ridotti a pornografici cantastorie, che si espongono senza alcun senso di pudore, che un vero potere userebbe per celarsi. La politica è diventata, cioè, un servizio da consumare individualmente, come una serie TV.

 “L’elettore in quanto consumatore non ha, oggi, alcun reale interesse per la politica, per la costruzione attiva della comunità. Non è disposto a un comune agire politico e neppure ne è capace: reagisce solo passivamente alla politica, criticando, lamentandosi, proprio come fa il consumatore di fronte a prodotti o a servizi che non gli piacciono. Anche i politici e i partiti seguono la logica del consumo: devono fornire. Perciò si presentano essi stessi come fornitori, che devono soddisfare gli elettori intesi come consumatori o clienti. La trasparenza, che oggi si esige dai politici, è tutt’altro che una pretesa politica. Non si rivendica la trasparenza politica nei processi decisionali, ai quali nessun consumatore s’interessa. L’imperativo della trasparenza serve soprattutto a mettere a nudo i politici, a smascherarli o a suscitare scandalo.”

 Questo passaggio ci conduce a spiegare un altro punto cruciale del ragionamento dell’autore: la dittatura del capitale fa il paio con la dittatura della trasparenza e della condivisione (oggetto di un altro straordinario libro di Han pubblicato in Italia qualche anno fa). Il potere meno rovesciabile di tutti è quello che non piega la volontà, ma anzi si serve della libertà e invita a usarla. Il potere intelligente lusinga, è seduttivo e non repressivo.

 “Il neoliberalismo è il capitalismo del like e si distingue nella sostanza dal capitalismo del XIX secolo, che operava mediante obblighi e divieti disciplinari.”

 Ognuno è il panottico di se stesso e la quantità di dati che immettiamo in rete è il carburante del capitalismo dell’emozione, a cui ci si offre in pasto come vittime di microtargeting e analisi di big data.

 La requisitoria contro l’ideologia dei big data è il cuore del libro, ed è di una lucidità straordinaria. È da qualche anno che si parla di fine del metodo scientifico, e di Dataismo, ossia dell’epoca in cui i dati parleranno da soli. Questa è una falsa coscienza. L’autore paragona il rapporto tra noi e i dati a quello tra l’Illuminismo e la statistica. Gli illuministi si sono illusi per qualche tempo (breve, invero) che la statistica avrebbe liberato il sapere dal proprio contenuto mitologico. Niente di più falso. 

 “Contare non è raccontare; il Sé, infatti, deriva da un racconto. Non il contare, ma il raccontare conduce alla scoperta o alla conoscenza di sé.”

 Correlation is not causation. La correlazione non spiega. I dati non spiegano. La scienza, le teorie, l’arte e la letteratura costruiscono senso tramite dei meccanismi narrativi, che comprendono il sillogismo, lo scarto, la falsificazione, l’addizione, l’assurdo. Per fare scienza o arte bisogna scegliere, per raccontare bisogna scegliere, per scegliere bisogna scartare o anche dimenticare, operazione che l’ideologia puramente additiva dei big data non contempla.

 “Il sapere totale dei dati è un assoluto non sapere al punto zero dello spirito.”

“Se tutto ciò che è razionale è un sillogismo, allora l’era dei big data è un’epoca senza ragione.”

 A questa dittatura di noi stessi su noi stessi attraverso la trascendenza del capitale, l’autore fornisce una risposta individuale: l’idiotismo. L’idiot savant è il moderno eretico, è chi non comunica, o meglio comunica per mezzo del non-comunicabile. È un Bartleby del nostro tempo, è chi sa dire “preferirei di no” alle lusinghe del potere come libertà, chi sa raggiungere i “liberi spazi del silenzio, della quiete e della solitudine” e la “lontananza necessaria al pensiero per stabilire un linguaggio completamente diverso”.

 Ma noi vorremmo una conclusione anche politica a quest’analisi. Con la dovuta umiltà, ci sembra possibile aggiungere qualche parola seguendo il ragionamento del filosofo coreano: la trasformazione di questa società, ci insegna il libro, passa attraverso il rifiuto della trascendenza del capitale. E questo si può declinare anche da un punto di vista politico: può voler dire, per esempio, che esistono alcuni diritti che qualificano in maniera fondante il nostro stare insieme nella società, che sono immanenti a essa e che non sono subordinabili al capitale. Il diritto all’istruzione, alla sanità, al lavoro. Per tutti.

Noi, Anna e Davide, pensiamo che la politica dovrebbe ritornare a pronunciare, tutti i giorni e senza vergogna, queste parole trascurate. Tornare a sceglierle.

 @AnnaAscani @DavAstolfiGreen

 

 


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