approfondimento

Il discorso del Presidente Obama di fronte alle Camere del Congresso sullo stato dell’Unione del 20 gennaio scorso prende di petto la questione fondamentale del nostro tempo: la distribuzione della ricchezza e il suo impatto sulle opportunità.

Il rapporto tra capitali accumulati e lavoro è storicamente più alto nell’Europa che negli USA: nella terra delle opportunità, dell’uomo che si fa da solo, della retorica del merito, non è concepibile che l’eredità conti più dell’impegno che si può profondere in una vita. Pur nelle diversità culturali e storiche, col vecchio continente caratterizzato da un minor dinamicità strutturale, in Europa la fotografia è oggi di un continente ingessato, in cui chi intraprende non avrà mai modo di competere con chi ha posizioni di dominio consolidato, e in cui la distribuzione delle ricchezze è caratterizzata da una forbice sempre più elevata tra pochi che hanno molto e un ceto medio che ormai è eroso e precipita nella povertà.

 

I recenti dati di Bankitalia ci dicono, per esempio, che il 10% delle famiglie italiane detiene il 46.6% della ricchezza del paese.

L’unico fattore di convergenza delle ricchezze univocamente acclarato è l’investimento in istruzione e conoscenza. Ciò si scontra però con una doppia difficoltà: i fattori di divergenza della distribuzione delle ricchezze (scelte di politica fiscale, per esempio) hanno tempi caratteristici di ritorno molto più brevi. L’investimento in istruzione richiede impegno costante e tempo per dare dei risultati. L’altro aspetto è che investire in conoscenza in periodi di recessione o stagnazione è uno sforzo titanico, tanto più se si hanno dei vincoli di bilancio molto restrittivi come quelli dell’Unione Europea.

Obama ha guidato un’enorme stagione d’investimenti per finanziare il ritorno a una crescita stabile dell’economia americana, e adesso mette a frutto ciò che ha seminato per raccogliere dei risultati di lungo periodo: questa è la filosofia che sta alla base degli interventi da lui recentemente proposti sulla tassazione delle grandi ricchezze e simultaneamente sul diritto allo studio. La redistribuzione delle ricchezze finanzi il diritto allo studio, per porre le basi per la crescita futura e la sostenibilità del sistema capitalistico.

È paradossale, ma innegabile, che è stato il paese più capitalista del mondo ad aver messo in atto in questi anni (ma non solo) i maggiori interventi pubblici in economia e i maggiori sforzi di redistribuzione.

Il nostro paese non ha da solo la forza di compiere il percorso degli USA ed è sull’orlo del collasso dal punto di vista della mobilità sociale e delle opportunità, e proprio per questo deve appellarsi all’Unione Europea per investimenti straordinari nell’economia della conoscenza. È impensabile che la terra che ha dato origine alle Università non sappia dare oggi stimolo al proprio sistema della conoscenza in maniera da guidare la ripresa economica e la redistribuzione del reddito. È troppo poco per noi oggi dire che i frutti della crescita debbano essere investiti in diritto allo studio. L’Europa deve guidare una rivoluzione copernicana: è il diritto allo studio, sono la ricerca e l’innovazione a dover essere finanziate fortemente ORA per far ripartire il nostro continente.

Se non passiamo dal fiscal compact a un growth compact guidato dalla conoscenza e dallo studio, il nostro continente è destinato al declino: siamo oggi gli ultimi della classe, soprattutto noi paesi mediterranei. Dobbiamo imparare dalle parole di Obama, e cercare addirittura di essere più radicali di lui.


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