di Giovanna Leoni

 

 

Anch’io, come Davide Astolfi che ha dato inizio a questo confronto sul tema della partecipazione, sono una “giovane non più tanto giovane”. L’età anagrafica mi ha permesso di vivere diverse fasi della politica e, in generale, delle relazioni sociali.

Ho avuto il mio primo cellulare – un Nokia 3310 modello citofono- nel 1998, dopo la Maturità classica (così se vi fate due conti capite facilmente quanti anni ho).

Tutta la mia infanzia e adolescenza sono quindi trascorse senza l’inter-mediazione del mondo virtuale, o senza la dis-inter-mediazione che questo mondo crea: dipende sempre dai punti di vista.

 

Ovviamente, non posso fare uno “sliding doors” e dire come sarebbe stato vivere con facebook, snapchat, instagram: già chi usava myspace veniva guardato con un misto di ammirazione e timore per lo spirito d’intraprendenza. Posso però dire cosa è successo dopo,

ovvero quando ho iniziato a usare i social media in modo sempre più frequente e “naturale”.

Sì, perché quello che all’inizio sembrava un esercizio per pochi, una cena di gala per i più attenti alle novità, per i più “fighi” insomma, con il tempo si è trasformato in un’enorme accolita di chiunque avesse un computer e l’abilità base di aprirsi un account.

 

I nostri alter ego social sono diventati sempre più abitudini, parti di noi, alcuni sono stati abbandonati e poi ripresi, altri lasciati per sempre, altri tenuti in vita tanto per, altri invece coltivati quotidianamente con affetto filiale. E con una buona dose di ostentato autocompiacimento. 

La cosa ci ha preso un po’ la mano e ha investito ogni aspetto della nostra vita. E qui sta il problema: finché i rapporti con le altre persone (amici, conoscenti, parenti, contatti lavorativi) passano anche attraverso i social media, direi che fila tutto liscio. Sono un supporto, una versione contemporanea dell’agenda o del telefono. La situazione invece assume contorni inquietanti quando le relazioni non sono più inter-personali, ma inter-sociali (intesi come social media), vale a dire quando non siamo più noi che agiamo e comunichiamo, ma le nostre proiezioni virtuali. La faccenda si fa davvero complicata perché, se è vero che già ognuno di noi racchiude in sé molteplici persone, figuriamoci cosa accade quando aggiungiamo i profili pubblici che abbiamo creato.

 

Uno, nessuno, centomila.

 

E la domanda è: dove finisco io e dove inizia il mio profilo facebook? Quello che scrive sono davvero io o è ciò che vorrei essere? Ciò che vorrei gli altri pensassero di me?

Il rapporto tra l’artista e l’opera è da sempre ambiguo e conflittuale: sono due entità distinte? L’opera è la continuazione dell’artista? O rappresenta la sua visione in modo deformato e onirico? O che altro? 

Con le dovute proporzioni, il legame tra noi e i nostri profili social segue percorsi simili.

Attenzione. Non voglio certo eliminare i social media dalle nostre vite, anche perché ci lavoro, o dire che costituiscono il male: solo sono antropologicamente curiosa e mi chiedo cosa sia sano e cosa no. In fondo, si sa: non conta lo strumento, ma il modo in cui lo si usa.

 

Fatte queste – lunghe - premesse, mi chiedo: in che modo è possibile pensare e agire la politica oggi? Un’arte che per definizione dovrebbe occuparsi della cosa pubblica, della comunità di persone; che si fa parlando faccia a faccia, confrontandosi, scontrandosi, che non si esaurisce nell’attimo in cui avviene ma che richiede progetto e visione. In pratica, il contrario dei canali social.

Quando ho iniziato a interessarmi di politica, ero davvero piccola: colpa di un ambiente casalingo dove la politica si faceva e dove quindi se ne discuteva il doppio, colpa di una mia inclinazione naturale e perversa alla voglia di conoscere, colpa di un’educazione che non ha mai contemplato il “chi se ne frega”. Ho vissuto la fine della Prima Repubblica, la sensazione di disfacimento di un’epoca e di un mondo che, tutto sommato, non sembrava poi tanto marcio. Anche se avevo 13 anni, mi procurarono grande disagio le monetine tirate a Craxi fuori dal Raphael; parlai al telefono con Citaristi perché mio padre lo conosceva da una vita e voleva testimoniargli la sua vicinanza; fui molto colpita dai suicidi di Gardini, Moroni e di tanti altri meno noti; seguii in tv le colorate requisitorie di quello sconosciuto e veemente PM chiamato Antonino Di Pietro.

Oggi tutto questo sarebbe profondamente diverso, mediato dalla dis-inter-mediazione di internet e dei social media. Sicuramente. Probabilmente il clima sarebbe ancora più rovente, i giudizi ancora più manichei, i complottismi ovunque.

Ma forse, per chi sa cercare, ci sarebbero anche più informazioni, più opinioni, più spunti di riflessione.

Negli anni successi al 1992, ho seguito la politica sempre con passione, in alcuni momenti da spettatrice e in altri da attrice (secondaria, eh).  Le ultime campagne elettorali a cui ho partecipato hanno fatto massicciamente uso dei social media e credo proprio siano serviti, almeno con una certa fascia di potenziali elettori. Tuttavia, dubito che se a questi non si fossero abbinati interminabili tour nei quartieri, nei mercati, nei centri socio culturali, nelle associazioni sportive, ovunque insomma vi fosse un’aggregazione di cittadini, i risultati sarebbero stati gli stessi.

 

La difficoltà che vive chi in qualche modo si occupa di politica nell’anno di grazia 2016 è proprio qui: trovare il giusto strumento di comunicazione per ogni persona che si vuole raggiungere, giocare su più livelli contemporaneamente, diversificare i messaggi. Un lavoraccio. Perché se nelle campagne elettorali d’antan di mio padre, a cui assistevo indirettamente, bastava essere un poco noti, stare spesso tra la gente, ascoltarli (ma davvero), esporre quei due o tre concetti base del programma e stop, ora serve dispiegare una équipe intellettuale che elabori, produca, abbellisca, metta le toppe.  La dis-inter-mediazione ha creato più distanza tra politico e cittadino, ha ragione Davide, ma ha creato anche l’opposto: l’estrema vicinanza, la possibilità di comunicare in tempo reale, di farsi sentire.

 

Il problema è sempre qui: chi parla e chi ascolta. Cosa dice chi parla e cosa fa chi ha ascoltato. Se fa.

 

@giovannaleoni

 


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