di Giusy Russo

Una delle parole più usate nel dibattito pubblico degli ultimi mesi è populismo. Jan-Werner Müller, docente di Politica alla Princeton University, ha scritto un saggio che risulta decisamente utile per indagare il fenomeno: Che cos’è il populismo?[1] Nella sua prefazione al testo, Nadia Urbinati ricorda, tra le altre cose, che il populismo può essere inteso come carattere ideologico, come meccanismo strategico oppure come contenuto socio-culturale. In particolare è utile distinguere tra populismo come movimento critico e di opposizione oppure come potere di governo. Volendosi soffermare tuttavia sui tratti generali del fenomeno, per disporre di una sorta di bussola utile a orientarci nel corposo flusso di notizie e definizioni, proviamo a trarre dal testo di Jan-Werner Müller i punti essenziali per disporre di alcuni concetti di base.

Innanzitutto il carattere polisemico del termine populismo rende possibile che per i liberali vi sia una sostanziale corrispondenza tra populisti e nazionalisti e per i teorici della democrazia esso serva invece a descrivere l’invadenza della tecnocrazia ai danni della democrazia, intesa come sostanziale interpretazione della volontà degli elettori. L’autore ci ricorda però che non vi è solo un’accezione negativa associata al populismo, in Usa ad esempio è possibile unirlo al concetto di progresso o di una politica egualitaria. I contesti geografici contano nell’identificare la categoria, ma ad esempio non è possibile definire il populismo partendo dalle condizioni socio-economiche o dalle predisposizioni psicologiche dei suoi sostenitori. Jan-Werner Müller prova dunque a chiarire gli aspetti partendo da alcuni punti chiave. In primo luogo, la logica del populismo offre una visione moralistica della politica che oppone il popolo “puro” all’élite corrotta o incapace. L’atteggiamento anti-establishment è necessario ma non sufficiente tuttavia a definire una tendenza populista. Vi sono partiti che criticano le élite ma semplificando, non arrivano a dire “solo noi siamo il popolo” bensì “anche noi siamo il popolo” tracciando una differenza enorme rispetto alla retorica populista. Inoltre i populisti sostengono di essere gli unici a poter rappresentare il popolo. Essi tuttavia non mirano a tradurre la volontà popolare in maniera empirica ma simbolica e morale e dunque non confutabile, in altre parole essi sostengono di sapere già i cittadini cosa vogliono, un unico bene comune e ritengono di essere in grado di realizzarlo. Ne consegue che quando chiedono una votazione o una consultazione referendaria di solito non lo fanno per coinvolgere l’elettorato nel processo decisionale, per mediare le istanze eterogenee e contrapposte che arrivano, ma solo per confermare l’idea che essi o meglio che il loro leader già possiede, di ciò che viene considerato l’interesse da dover perseguire. Per i populisti non può non esserci qualcuno che parli a nome del popolo nel suo insieme. Questo aspetto porta ad una terza caratteristica, ovvero che il popolo possa essere rappresentato nella sua totalità. Non vengono considerate le posizioni divergenti o minoritarie, semplicemente perché queste ultime non rientrano in ciò che viene considerato il “vero” popolo.  Quest’ultimo viene inteso come un’unica entità morale e omogenea, per la quale essi già sanno cosa sia giusto. Jan-Werner Müller quindi sostiene che i populisti siano anti-pluralisti ma non vale il contrario, ovvero non tutti coloro che si oppongono al pluralismo possono essere inquadrati nella categoria del populismo. La diversità invece è tra le condizioni che hanno portato alla nascita dei partiti, ciascuno con l’ambizioso scopo di rappresentare una fetta dell’elettorato, una particolare famiglia ideologica o esigenza ritenuta rilevante. Anche i cosiddetti partiti “pigliatutto” non pretendevano di rappresentare tutti indistintamente. Il fatto che non vengano ammesse posizioni diversificate aiuta a capire anche perché al loro stesso interno i partiti populisti siano di frequente blocchi monolitici subordinati al leader. L’assunto da cui si parte è che se esiste un solo bene comune e un unico modo di rappresentarlo, non è concepibile il disaccordo, non ha senso discutere per arrivare ad una posizione che una formazione populista per definizione già possiede. Da questo tratto peculiare consegue anche la tendenza a isolare e scavalcare intermediari e media.

Inoltre, i partiti populisti sono solo di protesta? Il professore della Princeton University naturalmente sostiene che non sia così. I fallimenti in quel caso possono sempre essere imputati alle élite che magari operano dietro le quinte, sia a livello nazionale che internazionale, infatti le teorie della cospirazione spesso trovano spazio nella narrativa populista, inoltre anche quando sono al potere tali formazioni agiscono come se fossero perennemente in campagna elettorale.

Che cos’è il populismo? Non si limita a dare definizioni ma fornisce sette interessanti tesi e suggerisce anche come rapportarsi a quello che pare essere ritornato uno dei protagonisti della scena politica. Coinvolgere i populisti nel dibattito politico senza inseguirne o mutuarne stile, temi e narrativa pare essere il monito principale.

 

@giusyrus

 

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