1. Da quanti anni collabori al Festival del Giornalismo?

 

Collaboro con lo staff del Festival dal 2012, con un solo anno di assenza per un viaggio di formazione negli Stati Uniti nel 2013. Col tempo ho cambiato il mio ruolo: prima lavoravo solo sui social media (ora coordinati strategicamente dal bravissimo Marco Nurra) adesso faccio un po' il jolly, dando una mano a tutte le strutture della comunicazione del Festival che mi chiedono consigli o pareri.

 

2. Come hai visto trasformare il Festival in questi anni?

 

Il Festival in questi anni ha fatto sempre di più per meritarsi l'aggettivo 'internazionale'. Abbiamo avuto una prova evidentissima di ciò nella prima giornata del Festival di quest'anno: il mercoledì è di solito appannaggio di pubblico e speaker italiani, perché in quelle ore gli ospiti stranieri sono in viaggio per raggiungere Perugia, ma questa volta c'erano tantissimi stranieri sin dal primo giorno. Nella conferenza stampa finale abbiamo mostrato un tweet di una giornalista tedesca, Nele Posthausen (volontaria al festival) che twittava in inglese dal workshop di Giulia Blasi sul racconto delle violenze di genere: la particolarità è che quel panel era in italiano e senza traduzione. I numeri parlano chiaro: circa 400 giornalisti stranieri si sono accreditati e questa è solo la punta dell’iceberg di una partecipazione molto più grande (tutti gli eventi sono gratuiti e non richiedono iscrizione). È ragionevole immaginare che migliaia di persone giunte abbiano deciso di venire a Perugia da tutto il mondo, abbiano deciso di restare qui per tutta la durata del Festival (senza che fossero stati invitati come speaker) e che potrebbero farlo ancora.

 

3.  Come hai visto trasformare Perugia in questi anni? Penso in generale a vitalità della città, infrastrutture e chi più ne ha più ne metta, per quel che possa essere la tua esperienza.

 

Dal mio punto di vista, la Perugia del Festival è sempre la stessa: ha la capacità di sprigionare un'energia che ricarica le pile di tanti dei suoi partecipanti. Torno a casa tutte le volte con la sensazione di poter cambiare il mondo, ed è una sensazione bellissima. Non posso dire di vivere molto l'aspetto pubblico del Festival, essendo piacevolmente chiuso nella redazione del social media team per i giorni dell'evento, ma i dati delle prenotazioni in hotel e ristoranti sono cresciuti anno per anno (nel nostro piccolo: lo staff del social media team quest'anno ha prenotato le cene con giorni di anticipo per evitare di non trovare posto) e questo credo sia un indicatore oggettivo dell'impatto del Festival sulla città e sulla comunità.

 

4.  Come hai visto trasformare il rapporto tra Perugia (cittadinanza e istituzioni) e il festival?

 

Potrei essere ingeneroso e forse impreciso, ma negli anni passati ho avuto la sensazione che la città tollerasse il Festival senza comprenderne pienamente il valore, come se fosse una navicella spaziale che atterra all'Hotel Brufani senza che nessuno ne conosca origini e obiettivi. Negli ultimi due anni ho invece avuto la sensazione che finalmente la città abbia imparato a fare "amicizia" col Festival. Da questo punto di vista l'evento di quest'anno con Terence Hill (Don Matteo) rappresenta la perfetta sintesi di questa evoluzione: Perugia (e l'Umbria) sono passati dall'essere conoscenti all'essere finalmente amici.

 

5. Come ti spieghi che un’eccellenza mondiale come IJF rimanga in Umbria? Mi spiego: il giornalismo in Italia è in pessima salute, ma in Umbria è morto e sepolto. Tenacia degli organizzatori? Speaker e pubblico affezionati all’Italia?

 

Faccio una premessa sulla tua domanda: il giornalismo in teoria non è mai stato così bene. La quantità di strumenti che si possono utilizzare per approfondire, informare, arrivare al pubblico non è mai stata così grande e ricca. È il sistema industriale del giornalismo italiano a non passarsela bene, ma questo non vuol dire che sia un destino ineluttabile. Non conosco il sistema dei media umbri, quindi non me la sento di dare giudizi tranchant. Da cittadino di Bari che è nato e cresciuto nella sua città, che lavora ed è socio di un'agenzia di comunicazione che ha le sue orgogliose radici al Sud, capisco perfettamente la scelta di Arianna Ciccone e Chris Potter di non mollare Perugia e di non averlo fatto neanche nei momenti più difficili. La cura delle radici è davvero importante quando il tuo capitale più prezioso è la credibilità. Per il resto, basterebbe scorrere i post e i tweet dei giornalisti stranieri su Perugia per capire quanto la città sia un valore aggiunto inestimabile: ogni anno c'è qualcuno che scrive che tutte le conferenze mondiali sul giornalismo dovrebbero tenersi in scenari meravigliosi come quelli del centro storico del capoluogo umbro.

 

6. Cosa suggerisci all’Umbria per far tesoro e sistema tramite IJF?

 

Un solo suggerimento, seppur impegnativo: trattare il Festival come qualcosa di cui essere orgogliosi, forse ancora più orgogliosi rispetto ad altri eventi. A prescindere da come la si possa pensare su Facebook, Google e Amazon, credo che il fatto che tre giganti decidano da anni di investire sul Festival (e di farlo insieme) è un indicatore del valore percepito del Festival a livello internazionale. Il Festival è un biglietto da visita di Perugia nel mondo. Lo è già: si tratta solo di istituzionalizzarlo.

 

7. Ci racconti il tuo #IJF18? Quali sono stati i temi su cui hai visto più interesse e di maggior interesse per te?

 

Personalmente sono molto concentrato sulla politica italiana durante l'anno. Questo accade un po' per passione, un po' per lavoro e un po' per pigrizia. Il Festival, come ci diciamo sempre all'interno del gruppo di lavoro, "fa" giornalismo, non si limita a testimoniarlo. Racconta storie e le rende più conosciute in Italia. Per questo il Festival è per me un'occasione per fare una sorta di corso di aggiornamento intensivo su ciò che succede nel mondo, e quindi ho provato grande emozione nell'ascoltare le storie di Mosul Eye (Omar Mohammed, un blogger che ha raccontato le atrocità dell'ISIS nella sua città) e di Yael Deckelbaum e Meera Eilabouni, due donne (una israeliana e una palestinese) che sono unite per costruire le strade della pace con la loro testimonianza. Ogni anno al Festival vengo in contatto con pezzi di mondo che neanche sapevo di conoscere.

 

8. Giornalismo, politica, social. Credo che la tua esperienza professionale ti abbia donato un punto di vista molto circostanziato sulla spirale che avvolge questi tre grandi elementi costitutivi del dibattito pubblico. Quali sono le tue idee per migliorare la qualità del dibattito pubblico nel nostro paese?

 

Anche in questo caso mi limito a dare una sola idea, di attuazione assai difficile: non prendere le critiche alle idee come una critica personale tout court. Troppo spesso il dibattito scade in uno scontro tra parti, o si suppone che quando qualcuno contesta la posizione di qualcun altro lo faccia per acredine o antipatia. Quando si hanno questi tipi di pregiudizio, è chiaro che il dibattito non si eleva mai di livello e si preferisce fare guerra di posizione, lanciarsi frecciatine, fino al punto di non ascoltarsi mai davvero. Restare nel merito delle questioni è un esercizio che richiede grande (auto)disciplina ma mi pare l’unica strada possibile.

 

9. Hai dichiarazioni da fare sulla tua sconfitta alla gara di t-shirt di IJF contro Matteo Pascoletti?

 

Matteo ha meritato di vincere e mi ha fregato il primo giorno, utilizzando un panda e bruciando una delle mie magliette migliori. Detto questo, non mi sono impegnato al 100% anche per garantire la pace sociale da qui a #ijf19: se avessi battuto Pascoletti utilizzando una maglietta sui vegetariani in finale che poi ho deciso di non usare) avrei ricevuto sia gli strali di Pasko per un altro anno, sia la perdita secca di parte del consenso per l'anno prossimo. Mi rifarò!

 

@doonie

 

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