di Giusy Russo

Il presidente americano ha annunciato il ritiro degli Usa dall’accordo sul clima firmato a Parigi nel dicembre 2015. Le reazioni non si sono fatte attendere e tra le tante voci, si è levata anche quella dei Sindaci, dunque delle città. Queste ultime da un lato dimostrano la rilevanza delle comunità, dall’altra realizzano la globalizzazione con una maggiore collaborazione su un tema considerevole, ovvero la tutela ambientale. 

Dunque, la decisione della presidenza americana di venir meno a Cop21 è stata accolta da un generale disappunto. “Allo scopo di ottemperare al mio solenne dovere di proteggere l’America e i suoi cittadini, gli Stati Uniti si ritireranno dall’accordo sul clima di Parigi…”, sono state le parole usate da Donald Trump lo scorso primo giugno durante l’attesa conferenza stampa annunciata da un tweet[1] e riportate tra gli altri, dal Washington Post.[2] Le motivazioni addotte sono state di carattere economico, il presidente americano ha infatti accennato alla volontà di negoziare un altro accordo più vantaggioso per il proprio Paese, ritenendo quello firmato nella capitale francese poco equo. Trump ha annunciato di venir meno alla parte non vincolante, di non voler contribuire a fondo sul clima, ha anche affermato che le restrizioni energetiche causano ingenti perdite economiche, elencando numeri e facendo previsioni. Ma cosa prevede l’accordo di Parigi? Come si legge sul sito web cop21paris.org[3], è dall’incontro di Rio de Janeiro del 1992 che i politici in giro per il mondo hanno compreso l’urgenza e la rilevanza dei cambiamenti climatici, tanto da arrivare all’UN Framework on Climate Change (UNFCC), avviato ufficialmente il 21 marzo 1994 e che conta 195 Paesi. Da allora si sono avuti molti incontri, potremmo chiederci allora perché Cop21 sia così rilevante. La risposta è semplice: perché per la prima volta la Conference of Parties, da cui l’acronimo COP, ha fissato un accordo giuridicamente vincolante sul clima, volto a mantenere l’aumento della temperatura globale sotto i 2°C. Tra i punti chiave, consultabili anche sul portale della Commissione Europea[4] vi sono: cercare di limitare l'aumento a 1,5°C, far incontrare i governi con cadenza quinquennale per fissare ulteriori obiettivi in base ai progressi scientifici, rendere noti i risultati raggiunti, garantire trasparenza e responsabilità. Importante poi la decisione di dare aiuto ai Paesi in via di sviluppo e di assicurare cooperazione e sostegno in caso di rischi ed emergenze. Vi è inoltre un altro aspetto rilevante, l’accordo infatti conferisce rilievo anche a soggetti che, pur non essendo presenti tra le parti, concorrono comunque alla sfida ai cambiamenti climatici. Si tratta della società civile, di soggetti del settore privato, degli enti di carattere subnazionale e quindi anche delle città. Si legge in particolare che “essi sono invitati a intensificare i loro sforzi e sostenere le iniziative volte a ridurre le emissioni, costruire resilienza e ridurre la vulnerabilità agli effetti negativi dei cambiamenti climatici, mantenere e promuovere la cooperazione regionale e internazionale.” Dunque anche le città devono e possono contribuire ad affrontare e limitare i danni dovuti all’inquinamento. La decisione presa da Trump era in parte prevista e soprattutto prevedibile, visto il modus operandi che sta caratterizzando la sua presidenza. Più sorprendente è stata al contrario la reazione di chi nell’accordo di Parigi credeva e crede con una determinazione se possibile, maggiore dopo gli ultimi sviluppi. 

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